L'Affresco del Cavallini

L’affresco di Pietro Cavallini, sulla controfacciata della chiesa, è uno dei tesori più preziosi che si custodiscono nel Monastero di S. Cecilia.
L’affresco si estendeva, in origine (fine 1200), ben oltre quanto è oggi ammirabile. Scene del Nuovo Testamento a sinistra (guardando l’altare) e scene dell’Antico Testamento a destra, scorrevano lungo le pareti della basilica. Oggi ci sono soltanto dei residui: un’annunciazione; il sogno di Giacobbe...
C’è anche un’enigmatica figura gigantesca all’inizio della parete sinistra guardando l’altare: Sansone, il gigante Golia? Sembra piuttosto una figura femminile: Giuditta?
L’affresco si estendeva anche in alto, la controfacciata era illuminata da due finestre laterali e una centrale, in asse sulla figura del Cristo Giudice. Schiere angeliche si distendevano verosimilmente su tutta la fascia. Oggi attorniano soltanto il Cristo in trono davanti al quale è l’altare con gli strumenti della Passione che salva.
Uscendo dalla chiesa dopo la celebrazione liturgica, il fedele era invitato a contemplare l’incontro con Cristo Giudice Misericordioso e il mistero dell’aldilà.
I canoni dell’iconografia bizantina sono ancora abbastanza evidenti, anche se altrettanto evidente è il passaggio imminente alla prospettiva che sarà proprio dell’arte rinascimentale.
Giotto conobbe Cavallini, che probabilmente fu il suo maestro.
Da una parte e dall’altra del Cristo sono la Vergine e Giovanni Battista (i due unici santi di cui celebriamo la nascita, oltre a Gesù, perché furono presantificati: la Vergine Immacolata e Giovanni che esultò nello Spirito fin da quando era nel seno materno). Poi sono raffigurati gli Apostoli (seduti a giudicare con Cristo i discendenti delle dodici tribù di Israele, cioè i membri della Chiesa).
A destra, guardando il Cristo sono raffigurati: Pietro, Giovanni Evangelista (con in mano il calice che contiene un serpente: memoria della pericope giovannea che ricorda il serpente innalzato nel deserto: “così sarà innalzato il Figlio dell’uomo”), Tommaso, Giacomo minore, Andrea, Simone cananeo. A sinistra: Paolo, Taddeo, Giacomo maggiore, Matteo, Bartolomeo, Filippo. Non c’è Mattia, l’Apostolo che sostituì Giuda Iscariota. Ma c’è, invece, Paolo l’Apostolo delle Genti.
Al di sotto, c’è la fascia dei salvati e dei dannati.
Purtroppo gli affreschi furono tagliati al momento della costruzione del coro cinquecentesco delle monache, quando, in seguito alle leggi della clausura ristrette dal Concilio di Trento, esse non potevano partecipare alle celebrazioni in basilica.
Non si conosceva neppure l’esistenza dell’affresco all’inizio del Novecento. Furono scoperti in occasione della costruzione di un nuovo coro monastico, che veniva a sostituire l’antico.
Negli anni ’80 del Novecento fu attuato il restauro degli affreschi a cura di Donatella e Carlo Giantomassi.